Intervista all'istruttore
Emiliano Carosi
Istruttore di Progressive Fighting Systems riconosciuto dall’associazione IMARA di Alberto Ceretto.
Insegna, da diversi anni, difesa personale reale e, attualmente, tiene un corso presso una palestra di Roma, vicino alla metro B Rebibbia.
Lo contattai per alcune lezioni private e visto l’argomento mi attendevo il classico personaggio con fisico da culturista, pieno di tatuaggi, spavaldo e mugugnante.
Con sorpresa mi trovai dinanzi un ragazzo normale e gentile, con buona dialettica,
buona tecnica e idee chiare. Un bravo istruttore che, con la presente intervista, voglio far conoscere a tutte quelle persone che come me hanno e sentono la necessità di imparare a difendersi.
Oggi si sente parlare spesso di corsi di difesa personale: per te cosa significa difendersi?
Difendersi significa proteggersi, ripararsi, limitare i danni ma anche anteporre il fine (della preservazione) ai mezzi utilizzati. Purtroppo inconsciamente attribuiamo al termine un significato passivo. E’ necessario modificare questa concezione passiva della difesa.
Tieni, da diversi anni, un corso di difesa personale a Rebibbia: cosa insegni nel tuo corso?
Provo ad insegnare alle persone a sopravvivere ad una aggressione in strada. Molte persone vengono da me alla ricerca di una risposta. Io do loro un vocabolario, una grammatica e le basi della semantica ovvero tutto il necessario per comporre da soli le risposte. In strada non vi sono regole, esistono infinite situazioni in cui ci si può imbattere che rendono i modelli comportamentali, che sono una esemplificazione della realtà, inattuabili e improponibili. Al contrario subire un’ aggressione, spesso anche inattesa, è un dinamismo molto complesso soprattutto a livello mentale. Non dimentichiamo che il corpo esegue ma è la mente che comanda.
Cosa sono il Jeet Kune Do e la PFS?
Il Jeet Kune Do per me è indefinibile…un’arte marziale…una filosofia…un insieme di concetti. Nato dal genio di Bruce Lee, ha alterato la concezione delle arti marziali tradizionali favorendo una loro naturale evoluzione. Bruce Lee coniò il principio della “tecnica adattata al praticante” che contravveniva alla percezione classica di “adattare il praticante alle tecniche marziali”. Il Progressive Fighting Systems nasce dalla conoscenza del suo fondatore, Paul Vunak, maturata dopo molti anni di pratica del Jeet Kune Do (con Dan Inosanto) e una rilevante ma non lodevole “esperienza di strada”. E’ il cuore pulsante dei miei corsi.
Quali sono i requisiti fisici consigliati per frequentare i corsi?
Questa domanda è la mia preferita. Rispondo con un’ ulteriore domanda: quali
sono i requisiti fisici per non farsi aggredire in strada? Tutti hanno bisogno
di difendersi anche e, soprattutto, in assenza di un fisico statuario. Gli
aggressori raramente scelgono individui alti due metri e muscolosi. Purtroppo la
vigliaccheria spinge a ricercare persone con un fisico poco prestante,
specialmente donne.
Allora, come ci si può difendere da un’aggressione in strada?
Conoscendosi ed allenandosi. Conoscere se stessi, gli istinti reattivi, le proprie paure: a parità di circostanze e stimoli, ognuno di noi reagisce in modo diverso. Si devono sviluppare (e se necessario modificare) gli istinti difensivi innati. Allenarsi invece significa frequentare il corso con serietà e costanza, sfruttando il più possibile la presenza dell’istruttore
e maturando esperienza nel combattimento ad ogni distanza, a mano nuda e armata,
in piedi e a terra. Il segreto è fare molto sparring: purtroppo senza
combattere, non si impara a combattere! Un effetto “collaterale”, ma assolutamente non secondario, (della frequentazione dei corsi) è l’acquisizione di sicurezza personale. Le tecniche che vengono impartite sono pensate per l’efficacia, per stimolare punti molto dolorosi, pensate per fare davvero male, pensate per la difesa di un proprio diritto fondamentale (libertà). Tuttavia le condizioni che ho elencato sono necessarie ma non sufficienti: bisogna riporre la voglia di confrontarsi, di dimostrare quanto si è bravi, di esternare la propria potenza per fare spazio all’idea che quello che si apprende in palestra deve essere messo in pratica soltanto in quei casi in cui:
A) è veramente a rischio la nostra incolumità (o di una persona a noi cara)
B) non si può fare altrimenti.
E una donna come si può difendere? Cosa consigli al pubblico femminile?
Non ho mai parlato al maschile, quanto affermato finora vale anche per le donne. L’unico consiglio che mi sento di dare, anche se posso sembrare banale e ripetitivo, è di essere sempre vigili,evitare qualsiasi pericolo inutile ed imparare un sistema di difesa personale efficace. Facendo un'analogia con il mondo del calcio, quando si calcia in porta il portiere deve necessariamente parare, pena il subire un goal. Ecco, quando ci si trova in una brutta situazione bisogna per forza uscirne, pena la propria incolumità. Ritengo opportuno quindi porre in atto quanto possibile per evitare ogni rischio inutile.
Ritengo che la famigerata (e giusta) "parità dei sessi" sia più una condizione sociale-economica-legale che fisica. Sono personalmente dell’idea che l’uomo ha le potenzialità per sottomettere fisicamente la donna. Non dovrebbe farlo, ma di fatto è la triste realtà di molti articoli di cronaca.
Si rischia di farsi male durante le lezioni?
Prendere cento pugni al mese in palestra per riuscire un giorno a pararne uno in strada, non è una strategia vincente. Ciò premesso, durante lo svolgimento delle lezioni, esigo l’utilizzo di tutte quelle protezioni (guantoni, caschetto con grata etc) che permettono l’applicazione delle regole in sicurezza. Tuttavia la protezione più efficace è il cervello, che va sempre sfruttato ed usato dagli allievi in ogni allenamento. D'altro canto, trattandosi di un corso di difesa personale reale, a volte capita di prendere qualche colpo: non giochiamo a bocce!
Vorrei comunque concludere esternando la mia soddisfazione per il gruppo di allievi di Rebibbia: hanno saputo creare un ambiente di allenamento costruttivo
e motivato.
Come si diventa un bravo istruttore?
Non sò dire come si diventa un bravo istruttore, non so dire neanche se sono bravo o meno. Ti potrei raccontare come sono diventato istruttore, ma ti annoieresti poiché il racconto partirebbe da quando praticavo arti marziali sin dall’età di 5 anni. Dopo la pratica di diversi stili e sport da combattimento, mi sono avvicinato al Jeet Kune Do grazie a Fabio Onofri, un istruttore amico al quale devo tutta la passione e la voglia di imparare. La qualifica di istruttore è stata perfezionata grazie all’apporto di Alberto Ceretto, senior instructor PFS (uno dei pochi in Europa) nonché fondatore e head instructor dell’associazione IMARA. Nella mia crescita tecnica non posso non menzionare un caro amico che mi ha accompagnato nei primi periodi di insegnamento e con il quale ho condiviso allenamenti fino allo sfinimento: (l’istruttore) Mirko Cecconi. Non ritenendo la qualifica un punto di arrivo (ma di partenza), continuo ad imparare allenandomi osservando il mondo e i miei allievi.
Il mondo e i tuoi allievi?
Sì...Il mondo intorno a noi è in continua mutazione. Un sistema come il PFS
non può non evolvere insieme al mondo che lo circonda. Tecnicamente si tratta di
analizzare nuove tecniche da inglobare nell'insegnamento e riconoscere alcune dinamiche sociali,
che servono per prevedere le reazioni comuni delle persone. Credo fermamente che insegnare a difendersi significa tracciare un percorso quasi individuale per ogni allievo. Io, infatti, ho un
ottimo rapporto con i miei allievi, basato sull'onesta e l'umiltà: cerco di
conoscerli, di delineare il loro carattere stimolandoli e provocandoli, ne marco
i confini e lavoro sulle loro reazioni. Cerco di dare qualcosa a loro ma loro,
con le età, idee e fisici differenti, anche inconsciamente, danno molto a me.
Molti si avvicinano al Jeet Kune Do perché affascinati dalle sequenze di film come “La Preda” o “Bourne Identity” o ….
Non molti, alcuni. A coloro (e anche gli altri) dico sempre di circoscrivere le tecniche dei films al mondo della fiction. Al contrario, non vi è nulla di bello nel vedere una persona costretta a lottare per non essere sopraffatta…cosa che, tra l’altro, ritengo sia una sconfitta per l’umanità "civilizzata".
Dicembre 2008 - Fabrizio M.


